

Ho conosciuto Antonella.
Viaggiavamo in parallelo
nel calpestare foglie di faggi lungo sentieri molisani.
Vento fresco a spostare lisci capelli tra spogli rami e cinque polloni.
Stupore nello scoprirci simili
nell’accavallamento di frasi,
di parole,
di discorsi,
mai condivisi con ragazze della nostra età.
Combaciavano le espressioni
come i piedi sui selciati
come la pelle di due gambe accavallate.
Ho scoperto Antonella
e un mio dire spesso taciuto
affidato lì,
a quel montedimezzo,
perché “le strane siamo noi”
se tra bonsai fotografie audiolibri e salici piangenti.
E sorrido a quel parassita di un vischio.
Grazie per la splendida compagnia.
Perdo il sonno
Perdo la fame
Leggo poco
Ascolto musica a intervalli irregolari
Dondolo un’ubriaca andatura sulla strada del ritorno.
Le sue braccia tatuate
sorreggono la liquirizia in circolo nel mio corpo
consegnandomi al riposo alle tre di notte.
Mi rivela
di non essersi mai seduto su una panchina con una donna.
Mi rivela
del fiato spezzato a mezzo metro da me.
Gli manco, almeno così dice.
Si smorza la crisi da ubriacatura e stanchezza
tra il silenzio della notte e il lamento tenue del mio pianto.
Bagno di disperazione la sua giacca chiara
mentre l’orecchio destro afferra il battito del suo cuore.
Muove lentamente la mano tra i miei capelli.
Siamo vicini, siamo troppo vicini.
Ci incantiamo negli occhi per lunghi momenti,
mi tiene stretta,
ed io mi affido.
Mi affido a te nella notte,
perché il buio nasconde i ricordi malsani,
invece il sole li illumina
ed è per questo che di giorno mi allontano.
Le labbra aderiscono, si sfiorano due punte di lingua,
non si invadono, non si avviluppano, ma restano punte.
Si ritraggono nella gola, nello stomaco.
Il sole sta per sopraggiungere
ci stringiamo con forza
prima di proseguire
ognuno per la propria strada.
Un bracciale al polso sinistro.
Scrivo seduta su di un treno.
Il ragazzo di fronte ascolta musica dall’ mp3
ed io sono ancora priva della custodia per l’ ipod.
Guardo oltre
il vetro.
Oltre il vetro
i campi.
I campi
con le pecore.
Con le pecore
a pascolare.
A pascolare
tra l’ immondizia.
Tra l’ immondizia
di Pignataro.
Su rai tre sfila un volto che mi piace
ha ventinove anni quel volto
e si chiama Roberto
e mi piace
e penso che siamo figli della stessa Terra,
che siamo nella stessa merda.
Il tempo cola con lentezza, denso e appiccicoso.
Eppure non è stagione di afa.
Le ore si appoggiano addosso, affossando.
Su montagne che innalzano periferia, che remano di provincia
nel pronunciare Terra di Lavoro.
E voci anziane formulano frasi realizzando le loro verità
“ohine’, u munnu è cagnatu, nun è chiù comm’ a ’na vota!”.
Un fiocco rosa ad un portone per annunciare che è nata.
Un corteo funebre ad ondeggiare lungo le vie del paese per l’ultimo saluto.
Si conquista praticità nel non calpestare cumuli di immondizia,
nell’aggirare l’ostacolo, ma il marcio è lì, il putrido resta.
Mariti che cercano donne. Mogli che aspettano, sempre.
Assorta da
Erri De Luca
Caravaggio
Efraim Medina Reyes
Tom Waits
sangue nuovamente rattrappito.
E’ sporca questa Terra, adatta a divenire impasto da intonaco,
spalmarsela sulla pelle, assorbire e rilasciare.
Ed è buona, di un sapore primitivo,
buona da cibarsene.
Giovani opachi, sterili, avvolti da fumi di eroina.
Giovani che campano di atteggiamenti.
Giovani distratti. Insoddisfatti.
Perseguitati e rinchiusi tra sbarre per insulse dosi di cocaina.
E non è atmosfera da filande di Hervè Joncour,
di stoffa sottile tra le mani, nastri da tenui colori, aliti fioriti e prosopopee,
ma è di fili spinati tra le gambe, di strade sbarrate,
di fragilità e voci roche,
di stormi nevralgici che dal basso non spiccheranno mai voli,
di paure di chitarre distorte in sottoscala semibui,
di angosce perenni e dolori nascosti.
Desolazione.
Tra pagine devastanti di un lontano “Tropico di Napoli”
si affaccia con prepotenza la sagoma del “cattivotenente”.
Spalancando cancelli privi di lucchetti,
puntando sguardi su pozzi profondi, troppo profondi,
mirando su manicomi mai stati chiusi.
Ed è buona, di un sapore anomalo,
buona da cibarsene.
Questa Terra.
/quell’anima criptica è il sentimento perverso che ti porti dietro/